Il Consiglio di Stato conferma: il bando di concorso deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale anche per gli incarichi a contratto

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di Andrea Bufarale

Questa è la decisione cui sono arrivati i giudici di Palazzo Spada, confermando la sentenza di primo grado del Tar.

Nello specifico, il ricorrente, secondo classificato in una procedura indetta da un Comune Campano per l’attribuzione di un incarico ex art. 110 del Tuel, contestava il fatto che lo stesso Ente non aveva pubblicato il bando de quo sulla Gazzetta Ufficiale.

Il giudice di primo grado del Tar, aveva già in toto annullato la selezione sulla base della motivazione che “fosse stata illegittimamente pretermessa la prodromica e necessaria fase pubblicitaria con la mancata pubblicazione del bando in Gazzetta Ufficiale”.

Contro tale decisione il Comune interessato proponeva appello al Consiglio di Stato sulla base essenzialmente di due assunti:

- Il primo che il giudice di prima istanza avesse erroneamente attribuito alla selezione oggetto della vicenda, natura concorsuale, ad una procedura che aveva in tesi, per contro, sia per struttura che per finalità (copertura di un incarico a tempo determinato), carattere meramente “idoneativo”, con conseguente rimessione della relativa controversia alla giurisdizione del giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro;

- Il secondo che, essendo l’obbligo pubblicitario imposti dall’art. 4 del D.P.R. n. 487/1994 alle procedure selettivamente propriamente concorsuali l’amministrazione aveva comunque provveduto alla diffusione del bando di concorso, mediante pubblicazione sul proprio albo pretorio e su quello dei Comuni limitrofi, nonché sull’Albo della Provincia di Benevento, così assicurando forme di pubblicità utili ed adeguate per garantire un’effettiva partecipazione alla selezione;

Nel respingere le doglianze dell’amministrazione ricorrente, il consiglio di Stato ha ritenuto fissare alcuni capisaldi che saranno sicuramente utili anche nella future materie del contendere:

- la nozione di “concorso” non riceve, nella materia della assunzione agli impieghi presso pubbliche amministrazioni, una propria definizione normativa, evocando genericamente (alla luce della direttiva costituzionale di cui all’art. 97, comma 4 Cost.) la sua attitudine a strutturale una procedura selettiva di matrice propriamente “concorrenziale”, come tale aperta al “confronto comparativo” tra una pluralità di candidati in possesso dei requisiti di partecipazione.

Pertanto, secondo il principio costituzionale di cui all’art. 97, poiché tutte le forme selettive della pubblica amministrazione rientrano in un alveo di “valutazione comparativa dei candidati” ,  la forma più conosciuta del “concorso pubblico” è soltanto una delle forme di procedura selettiva nell’ambito delle quali è necessario far confluire anche le procedure meramente “idoneative” (come l’attribuzione di incarichi ex art. 110 del tuel di cui all'odierna vicenda) che indipendentemente dalla prefigurazione e dall’esperimento di apposite prove si caratterizzano per la valutazione meramente fiduciaria dei candidati, e la formulazione di una definitiva graduatoria di merito (la quale, per tal via, può essere riguardata come il vero e proprio elemento scriminante tra l’una e l’altra vicenda).

Dunque, secondo quando testualmente previsto nella sentenza, la scriminante per definire l’ambito di una procedura pubblica soggetta alle norme sulla pubblicità previste per i concorsi pubblici è la formulazione o meno di una graduatoria di merito al termine della stessa.

Tale sentenza fissa dunque un importante punto fermo sul fatto che qualsiasi tipo di selezione effettuata dalla pubblica amministrazione, escluse quelle per cui non è prevista l'approvazione di una graduatoria di merito (per esempio l'attribuzione di incarichi fiduciari come membri di staff del sindaco ex art. 90 del Tuel), è soggetta agli obblighi di pubblicità esplicitamente previsti per i concorsi pubblici.


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